lunedì, 13 luglio 2009
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lunedì, 13 luglio 2009
praça do comercio

280.
Architettura degli uomini della conoscenza
. Bisognerà una volta, e probabilmente in un prossimo futuro, renderci conto di quel che manca soprattutto alle nostre grandi città: luoghi tranquilli e ampi, di grande estensione, per la meditazione, luoghi con lunghi loggiati estremamente spaziosi per quando c’è brutto tempo o troppo sole, nei quali non penetra il frastuono  dei veicoli e degli imbonitori, e in cui un più squisito rispetto delle convenienze vieterebbe anche al prete di pregare ad alta voce: costruzioni e giardini pubblici che esprimerebbero nel loro insieme la sublimità del meditare e del solitario andare. È passato il tempo in cui la Chiesa possedeva il monopolio della meditazione, quando la vita contemplativa doveva essere sempre e in primo luogo vita religiosa: e tutto quanto la Chiesa ha costruito esprime questo pensiero. Io non saprei come potremmo accontentarci delle sue costruzioni , anche se queste fossero spogliate della loro destinazione ecclesiastica: queste costruzioni parlano un linguaggio anche troppo patetico e imbarazzato , in quanto case di Dio e sfarzose sedi di un commercio ultramondano, perché noi, i senza Dio, si possa qui dar vita ai nostri pensieri. Quando andiamo errando in queste logge e giardini, è noi che vogliamo aver tradotto in pietra e pianta, è in noi che vogliamo passeggiare.


Friederich Nietzsche, La Gaia Scienza, Adelphi, 2006.
postato da: AntaoSacarolhas alle ore 22:55 | Permalink | commenti
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sabato, 11 luglio 2009
Concerto per cervello solo -

A volte sento, come per una ventata di energia alla testa, tutto il gusto del piacere di pensare per pensare, del pensare - puro - - del pensare come il distendersi e contrarsi di un nuotatore libero nell’acqua senza temperatura percepibile - del pensare essendo cosciente che non si tratta d’altro se non di forme naturali del mio potere di pensare senza credere nella conformità di queste composizioni, di queste figure - nella verità, nelle certezze, nelle profezie, nelle applicazioni, nell’utilizzazione, ecc. di queste trasformazioni - - [...]
- Ciò che costituisce l’energia di questo è che la realtà di un siffatto stato che così ne sarebbe la perfezione - è impossibile da raggiungere quanto lo zero assoluto - Soltanto una specie di morte consentirebbe di accedervi. C’è energia a causa di questa differenza operante [...]
(1935. Senza Titolo, XVIII, 505-506)

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Non ho nessuna devozione per la “natura” né per “l’amore” né per “la storia”. In generale la passione e l’emozione mi ripugnano. Perché esaltare i momenti del disordine e della semplificazione - nei quali l’individuo e il suo oggetto si confondono, si cercano a tentoni? In queste fasi, le risonanze fisiche sono preponderanti, e le bizzarre sensazioni interne invadono la scena. Ne risulta che in questi momenti individui diversi si rassomigliano il più possibile - cosa che spiega innanzitutto, l’importanza artistica delle emozioni - e poi, la mia ripugnanza - la mia paura di trovare il mio simile, il mio nemico, il mio inferiore - me stesso.
Perciò questo problema: qual è la fase durante la quale due individui si differenziano / possono differire / il più possibile?
(ibid., III, 553)
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Quel che amo leggere di più, quel che mi costringe a leggerlo - e a rileggerlo - è quel che sento che mi fa avanzare di più, che non è una faccenda locale, ma un accrescimento, una promessa, un’estensione - una deviazione esterna che mi riporta a me stesso più illuminato e armato. (ibid., XIV, 388)
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In me c’è un imbecille e occorre che io approfitti dei suoi errori. All’esterno occorre mascherarli, giustificarli...Ma internamente non li nego, cerco di utilizzarli. È una perpetua battaglia contro le lacune, le dimenticanze, le dispersioni, le sventatezze. Ma chi è io, se essi non sono io? (ibid., IV, 397)


Paul Valéry, Quaderni, volume I. Adelphi, 1990
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categoria:paul valéry
sabato, 11 luglio 2009
Ultimamente sono in crisi. Nel senso lato del termine, nel senso di non saper che farmene di tutti quei pensieri che mi lasciano inebetito di fronte alla scelta. Trovo difficile scegliermi un libro, iniziare a leggerlo e portarlo a termine. Spesso lo interrompo a metà, poi lo riprendo successivamente o lo abbandono definitivamente. Ne passano di libri sulla mia scrivania e se solo facessi una cernita di qualche frase presa qua e là potrei cambiare idea sui loro contenuti e riprender la lettura dove era stata interrotta.

- Che ne dici di Musil?
- L’uomo senza qualità?
- Sì
- L’ho letto, ma non l’ho concluso. Del resto è un’opera incompleta. Io mi sono fermato proprio al limitare dell'incompiutezza.
- Prova con La morte di Virgilio di Broch.
- L’ho iniziato ma non so per quale motivo l’ho abbandonato.
- Mi dicevi che era troppo lirico, un linguaggio poetico in prosa, dove in fin dei conti non succedeva nulla, se non i pensieri del poeta succedersi in quella mente incisa nero su bianco.
- Leggiti Il cervello del XXI secolo o L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello.
- Già letti, quelli serviranno più avanti. Ora, dopo quell’inghippo trovato all’ultimo momento, devo ancora accantonare il tutto.
- Te l’hanno fatta grossa!
- Abbastanza, direi. Un’immensa stronzata, un’assurda bastardata. Non ricordarmela.
- Lo si vede lontano un miglio che ci continui a pensare.
- Che altro fare? Essere bloccato due giorni prima per un motivo inesistente, tenendomi all’oscuro sinora...insomma...una doccia fredda, inaspettata...
- Avresti finalmente messo la parola fine ad un capitolo della tua vita.
- Sette anni...
- Me ne vado.
- Fai bene.

La ragazza si alzò dalla sedia e salutandolo con un bacio speditogli dall’uscio di casa, uscì chiudendo poi la porta alle sue spalle.
Ha davvero un bel sedere, pensò. Ma preferisco la sua testa o almeno quello che sembra contenere.
- Ma l’occhio vuole anche la sua parte...
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